venerdì 28 luglio 2017

re-direct


Scrivere è un altra cosa, sia ben chiaro.
Quel grumo di pensieri, che tento di mettere in fila pescando in un arte che non è mia e sempre mi sfugge, ha trovato casa nel nuovo sito WildClimb.
Finché sono ospite gradito, dispiego il mio inspiegabile, (evacuo... direbbe un mio "prof"), nel mio profilo "testimonial": Andrea Tosi
In realtà sono substrato assieme a Mauro Magagna a tutto il nuovo sito WildClimb: azienda sempre più "Strumento per crescere".
Ora più che mai anche a livello personale.
Andrea


giovedì 16 marzo 2017

Retorica e dintorni

“Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz’altro pensiero” (Giacomo Leopardi)
Sarebbe buona cosa se il bisturi risanatore rimanesse in mani competenti.
Invece "la vile prudenza" lascia scivolare via una buona occasione per mettere mano al "Problema", aprendo la  strada che prima o poi condurrà l'affilata lama nelle mani di qualche "politico" di turno.
Nel frattempo ci si perde in inutili scaramucce, in patetici sgarri e difese di privilegi contrari ad ogni morale naturale.
Sono pensieri che nascono mentre leggo la guida "Trapezio & dintorni".
Nell'introduzione l'autore, Eugenio Cipriani, tocca - con innegabile sagacia e verve - tanti punti scottanti, senza mai dare l'impressione di avere il coraggio di affondare la lama nella realtà della situazione.
L'autore sembra frenato da una forma di narcisismo che - di fatto - gli impedisce di arrivare alle logiche conclusioni.
Bellissima l'immagine iniziale, -"difensore della cittadella assediata"-, accorte e opportune le citazioni letterarie.
Interessante, ma viziato da errore logico, tutto il discorso sul rispetto, cosi come quello sui diversi metri di valutazione, lasciati privi di uno strumento di conversione.
Qualcosa sfugge sempre in una direzione che sembra più tesa agli applausi del pubblico pagante che non alla vera utilità di una guida, che è e deve rimanere un testo tecnico.
Anche la poetica" excusatio non petita" iniziale, profuma di "accusatio manifesta".
Senza scendere troppo nel tedio del dettaglio, mi pare che l'analisi sia sempre superficiale, sia quando si parla di rispetto, di proprietà o di comunicazione.
Che rispetto c'è nell'esaurire tutta una parete, senza lasciare un qualcosa che valga qualitativamente- e forse anche quantitativamente - lo spazio occupato?
Inserendo poi la guida in un contesto più generale, considerandola come effetto di un assedio, c'è da rimanere stupiti che tanta risposta sia dovuta all'attacco di un esercito di "altruisti" dalla manica corta, tanto tesi all'applauso quanto alla mistificazione social.
E' tutto lì da vedere, nelle foto postate e nei commenti di elogio a questi novelli benefattori, devoti ai "lavori sociali", che tra piastrine con anello artigianale e moschettoni da ferramenta allestiscono, a loro dire, soste a prova di bomba...
Nasce sicuramente un problema di linguaggio: come definire le soste marchiate "CE"?
Non saprei, cosi come non riesco a capire come si possa comunicare allegramente la bontà di un itinerario che si snoda tra cubetti e frigoriferi in equilibrio instabile...
Sono certamente vie facili, accessibili a chi inizia e a chi, dopo tanta vita verticale, ritorna a frequentare gradi più tranquilli; poco male per i secondi, che hanno esperienza da vendere, ma cosa dire dei primi? invitati da tanta retorica a frequentare questi scivoli strappati alla vegetazione?
Che comunicazione si fa se non si riesce a discernere, differenziare e descrivere, la qualità del materiale in parete?
Non è certo comunicazione far passare come "sosta a prova di bomba" sia la sosta premontata - ben posizionata - in inox 12mm, sia la sosta artigianale con moschettone da ferramenta con chiusura a "anello fatto di tubo per innaffiare l'orto".
Ecco - l'orto - quello si che possiamo trattarlo in modo privato se nasce sul suolo di nostra proprietà, non certo una falesia, o struttura rocciosa, dove non possiamo invitare chi non condivide le nostre idee a cambiare aria e terreno vantando un impalpabile diritto di "lavoro" o di "affetto".
Il "primo che arriva" può forse avere qualche diritto su qualcosa di pubblico, ma solo fino a quando il materiale a disposizione non comincia a scarseggiare in qualità e quantità...
Dalla guida, ma anche dalla "comunicazione" del luogo che avviene nei social, si intuisce quale sarebbe dovuta essere la cura necessaria per fare una comunicazione onesta.
Gia, l'onestà...
L'autore cita Bernard Amy, nella bella similitudine tra poesia e alpinismo, cita anche il vate D'annunzio "solus ad solam"; io oppongo la stessa critica che fece Saba in "quel che resta da fare ai poeti", quando parlò di poesia onesta: c'è una responsabilità del poeta, (alias chiodatore); in sostanza il poeta deve rispondere di ciò che scrive.
Ancora, Saba:
 “Chi non fa versi per il sincero bisogno di aiutare col ritmo l‘espressione della sua passione, ma ha intenzioni bottegaie o ambiziose, e pubblicare un libro è per lui come urgere una decorazione o aprire un negozio, non può nemmeno immaginare quale tenace sforzo d’intelletto, e quale disinteressata grandezza d’animo occorra per resistere ad ogni lenocinio, e mantenersi puri ed onesti di fronte a se stessi; anche quando il verso menzognero è, preso singolarmente, il migliore.
[...] quello che ho chiamato onestà letteraria [...] è prima un non sforzare mai l’ispirazione, poi non tentare, per meschini motivi di ambizione o di successo, di farla parere più vasta e trascendente di quanto per avventura essa sia: è reazione, durante il lavoro, alla pigrizia intellettuale che impedi- sce allo scandaglio di toccare il fondo; reazione alla dolcezza di lasciarsi prender la mano dal ritmo, dalla rima, da quello che volgarmente si chiama la vena. Benché esser originali e ritrovar se stessi sieno termini equivalenti, chi non riconosce in pratica che il primo è l’effetto e il secondo la causa; e parte non dal bisogno di riconoscersi ma da uno sfrenato desiderio dell’originalità, per cui non sa rassegnarsi, quando occorre, a dire anche quello che gli altri hanno detto; non ritroverà mai la sua vera natura, non dirà mai alcunché di inaspettato".

Guardando le problematiche che stanno investendo la Francia verticale, da tempo tesa nel risolvere la questione "falesie", (arrivando persino a ipotizzare un "interesse pubblico" per poter giustificare l'esproprio delle pareti ai privati), mi chiedo se abbia senso spingere ancora in questa direzione fatta di retorica e di fotografie statiche non solo di stati della roccia e del materiale posizionato ma anche di una mentalità in cui riecheggia forte il superato e ipocrita: "attrezzo solo per me".
Siamo ancora fermi ai detti evangelici utilizzati in modo parziale, finalistico.
Siamo fermi al confronto sociale/ambientale, alle analisi di vivibilità/realizzabilità.
Fingiamo che l'ambito economico non esista.
Invece esiste, e questo comporta che si debba parlare anche di "equità sociale".
Conviene cercare un valore sociale condiviso in grado di riunirci tutti nel recinto - necessario - della sostenibilità.
Parola oggi di moda, che va affermata perché non passi di moda.
"Sostenibilità" è rendere possibile anche in futuro quello che è possibile oggi.
Anche chiodare.
Un "chiodare" che non è mai quello del giorno prima, per il fatto che tutto evolve, materiale, prodotto, utenza ecc ecc.
Un "chiodare" che purtroppo - il prezzo da pagare a quanto pare - mette il trapano in mano anche a chi non ha mai messo nemmeno un tassello in casa per appendere un quadro...
Chissà quanti novelli creatori di itinerari hanno letto un testo tecnico sulla chiodatura.
Tutto si muove, nemmeno il cielo azzurro ha sempre lo stesso significato: in tempo di guerra era portatore di bombe, ai tempi odierni è portatore di altri significati ben più leggeri della paura.
L'autore della guida, è certamente un padre dell'arrampicata veronese, ma la storia, - italiana a parte-, è fatta di parricidi, in caso contrario diventa una sterile lotta fra fratelli che non porta a niente se non alla sempiterna ricerca del consenso del padre che piano piano diventa padrone.
Questo non si puo chiamare "evoluzione"... (ogni riferimento alla storia italiana non è per nulla casuale).
Torno quindi a Saba, quando dice che "l'opera di questi figli avrebbe dovuto essere forse più di selezione e di rifacimento che di novissima creazione".
L'opera dei figli porta con sé a livello inconscio l'opera dei padri, non dobbiamo avere paura di chi affonda radici nel nostro operato.
Farci da parte con umiltà, ammesso anch'io sia un padre: questo a mio parere è trattare la resa.
Se ci spostiamo un pochino, forse non obblighiamo i nostri figli a vedere nei "rumeghi" le uniche possibilità di espressione.
Le vere rivoluzioni passano sempre da teste tagliate; questo ambiente verticale, di una scossa "rivoluzionaria" ne ha bisogno come il pane.
Miriamo alla "sostenibilità", ricordando che si compone di tre momenti: creazione, mantenimento e riciclo.
Non tutte le vie sono opere d'arte, qualcosa va riciclato, anche in forza delle nuove possibilità intervenute nel tempo trascorso tra creazione e riciclo.
Questo per garantire la massima diversità di espressione, vero valore di armonia e di libertà.
Quanto al lato tecnico del testo, al rispetto dell'utente/lettore... beh, quello lo si evince anche dalla qualità delle foto e degli schizzi.
Forse qualche euro in più lo si spende volentieri se si riscontra anche nella guida il rispetto al lettore.
Ad ogni modo ringrazio l'autore per gli stimoli proposti, ringraziamenti che non meritano tutti gli utenti che forti della "vile prudenza" vivono come le zecche appollaiate sui rami in attesa di succhiare sangue ai corpi caldi e vivi.
Non è una battaglia contro l'autore, anzi, grazie a Eugenio ci si può aprire ad un confronto di idee, ad un futuro possibile.
Non lasciamoci tentare dalla sterile polemica dialettica: chiodiamo meno, ma facciamolo meglio, Teniamoci un po' di tempo per pensare a quello che facciamo, dimostrando vero amore per la nostra attività e non solo di noi stessi.
Con la folla sommersa dei silenti, non si può fare molto, se non lasciare che il bisturi risanatore passi in mani di persone che non sanno, - in senso pratico-, su cosa stanno deliberando.
Rimane quindi solo un problema, mio, ridicolo e personale: non so in quale sezione della libreria devo collocare questo libro: prosa, poesia, guida?
Penso alle piante tagliate per creare queste vie, tagliate per stampare questa guida...
Fosse stampato su carta doppio velo avrei un dubbio in meno.
Andrea Tosi.

P.S.
Non tragga in inganno il link di questo blog. Da tempo è espressione del mio pensiero senza condividere più nulla con l'intento iniziale di comunicare l'attività svolta nella sala boulder della palestra "King Rock".



mercoledì 22 febbraio 2017

"Il sogno del grande scozzese" - Stefano Tedeschi


"Il sogno del grande scozzese" Stefano Tedeschi  |  Versante Est, formato kindle (1,99 euro)
Questa è una recensione e forse la colpa è di Brunori e del mio canticchiare la sua : "il costume da torero":

"La realtà è una merda
ma non finisce qua
passami il mantello nero
il costume da torero
oggi salvo il mondo intero
con un pugno di poesie

Non sarò mai abbastanza cinico
da smettere di credere
che il mondo possa essere
migliore di com'è

Ma non sarò neanche tanto stupido
da credere che il mondo
possa crescere se non parto da me"

Nella canzone il testo è cantato da un coro di bambini di cui Brunori potrebbe essere il padre...
e tra i padri che ho scelto, anche a loro insaputa, c'è Stefano Tedeschi.
Ho imparato molto dalla sua ruspante energia che si manifestava nei dialoghi ma anche nel trascinare la mia corda sulla cengia di Ceraino per passare velocemente da un tiro all'altro.
Ogni nostro incontro metteva in scena una lotta tra titani: "Spazio Vs Tempo".
Accadeva sempre: storia di far entrare più metri possibili nel sempre poco tempo ritagliato tra gli impegni di una vita apparentemente dispiegata in una discesa lastricata di routine.
Era opposizione al generico, era restare a galla.
Sarà passato un lustro da allora, ma incredibilmente, oggi, sono tornato a scalare con Stefano.
Siamo stati in Daone, piccozze e ramponi.
Come in un sogno, sul "Sogno del grande scozzese".
Siamo partiti “silenziosi nel freddo siderale dell’alba”, un freddo “creatore di cattedrali, di fortezze da espugnare”, un freddo che “fa sudare”
Non era ghiaccio, ma "supporto glaciale”: materia che accetta aggettivi come: "vetrosa" o "elastica".
Il tutto in una valle dalla pelle ruvida, dove :
“tonaliti rigate di ematiti si alternano a feldspati e l’orneblenda alla tormalina e, ancora, miliardi di cristalli donano riflessi a queste potenti strutture geologiche, monumenti planetari, testimoni della vita endogena ella terra”.
Dettagli, nomi propri, aggettivi precisi e capacità di vivere con il distacco del ricordo, l'urgenza del presente.
E' stato un viaggio “al termine della notte”, ho condiviso le soste, le doppie del ritorno e...
... ti perdono Stefano se per tutta questa esperienza, che tu chiami "racconto lungo", mi hai chiamato "Carlo”.
Si, certo, c'era anche Carlo, il tuo compagno di cordata, ma credimi, adesso "c'ero" anch'io.
In queste queste due ore di “scalata”, sono rimasto legato a te, non con una corda, ma risucchiato dal vuoto che sei riuscito a creare, espandendo e dilatando gli attimi di panico che hai vissuto, in dialoghi con la natura, descrizioni dettagliate ed aggettivi onesti.


“Non ho più fiato ne saliva e sono sull’orlo del panico.
Poco lontano mi sorprende il volo di un corvo, unica presenza, oltre a noi, mi osserva immobile sfruttando la spinta del leggero flusso d'aria che risale la parete. Ormai nevrotico impreco, urlo e lo maledico, come fosse un'emanazione dell'inferno.

— Dammi le tue ali maledetto! 
Dammi la forza del tuo volo librato! 
Dammi la tua perfezione, signore dell'aria e del vuoto! 

Concedimi la tua libertà assoluta e fammi fuggire da qui,
 dalla paura della mia mortalità,
 dalla mia estraneità a tutto questo!

Poi, rientrato nell'inquietudine e nella totale solitudine,
 devo decidere della mia salvezza.”

Paradossale, oggi sono salito con te, nel 1988, sul "Grande scozzese", ho usato ramponi e piccozze; io che credo non salirò mai una cascata di ghiaccio, mentre tu, con buona probabilità, eri alle prese con una delle tue incisioni.
Leggendo il tuo racconto mi sono tornate alla mente le parole di Céline, quando parlava dello "scrivere": "È un vero lavoro. È il lavoro dello stilista, ci vuole un enorme respiro, grande sensibilità, è difficilissimo da fare, perché bisogna girarle attorno… attorno a che? All’emozione! perché in principio non era il verbo... era l’emozione"

Evidentemente il tempo non diventa prezioso misurandolo con un Rolex; il tempo prezioso se ne infischia e sfugge alla sua misura, trovando in questa fuga il varco verso l'eternità del senza tempo.

P.S. Avrei voluto fosse un libro di carta, forse è la deformazione del climber, ma avere qualcosa di ruvido sotto i polpastrelli è ancora qualcosa che aggiunge valore a queste "vite possibili" vissute leggendo...
Per quanto mi riguarda sarebbe stata anche l'occasione per passare dalla tua "Stamperia del cappello" per farmi autografare la copia, ma a questo si rimedia.

N.B. "Il sogno del grande scozzese" di Stefano Tedeschi è "la poetica rievocazione di una delle prime salite della grande cascata di ghiaccio della valle di Daone nota in ambito internazionale come "Sogno del grande scozzese", portata a termine dall'autore nell'inverno del 1988"



domenica 15 gennaio 2017

"non ditemi che le parole non contano"

"Lo sport è il crinale che separa il combattimento dalla sommossa" cit: Roland Barthes
" Che cos'è lo sport ?
Che cosa mettono gli uomini nello sport?
Se stessi e il loro universo umano.
Lo sport è fatto per esprimere il contratto umano."
Finisce così il commento di Roland Barthes al documentario "lo sport e gli uomini".
Non ricordo invece le ultime parole usate per concludere la serata sull' "arte di chiodare", ma questa mia mancanza non sarà mai la prova che le parole non contano.
Aspetti legali, ambientali e tecnici sono stati esplorati da persone competenti per i loro studi e per la loro pratica del mondo verticale.
E' importante che si sia tentato di mettere in piedi una sorta di tavola rotonda attorno ad un tema che appare ancora libero da aspetti legali "specifici" ma contemporaneamente non è più libero da aspettative normative che le nuove generazioni di climber danno per scontate quando escono all'aperto.
"Lo sport esprime il contratto umano" diceva Barthes, e se guardiamo come oggi questo si esprime, non possiamo fare a meno di notare che spesso parla in termini di leggi, quindi di privazioni, di alienazioni o di limitazioni di istinti.
Sempre pescando dal semiologo francese possiamo osservare come l'individualismo odierno ci ha spinto uno contro l'altro, mentre lo sport, pur eleggendo "il migliore", non si rivolge all'uomo contro l'uomo, ma all'uomo contro la resistenza delle cose, alla stabilità della gravità e della natura nel nostro caso.
In buona sostanza, il primo in classifica è applaudito dal secondo per la forza con cui si è opposto all'ostacolo.
Ancora più chiaramente, chi sale il 9a, è applaudito per l'abilità che ha l'uomo di affrontare la natura, senza cadere in confronti di abilità tra uomo e uomo.
Probabilmente è ancora così, basterebbe togliere quel leggero strato di insensibilità che sembra ricoprirci, perché offuscati da questa patina di egoismo ne esce una società fondata sul negativo fatto di privazioni e alienazioni.
Il mondo "anarchico" verticale che si ostina a spostare nel tempo la presa d'atto che la sua popolazione è cambiata, rabbrividisce ogni volta che entra in contatto con l'idea che una qualsiasi legge possa limitarne le possibili vie di fuga nelle quali si dirama l'andare per pareti.
Le attività in montagna stanno in effetti esplodendo in una miriade di specialità.
Al punto che chiodare corto, lungo, trad, inox, zincato, resinato, dovrebbe sempre andare bene, perchè c'è sempre un buon motivo, anche se parziale, da utilizzare per giustificare il proprio operato...
Storia antica, appunto "storia", qualcosa che è stato.
Sarebbe  invece interessante provare ad anticipare la presa inevitabile della "legge" che prima o poi avverrà anche sulla nostra attività.
Un modo, forse, è quello di pensare all'istituzione, non nel modo conservatore a cui siamo abituati. Usando un po' di immaginazione, che nell'uomo non difetta mai, si può con coraggio credere di poter "istituire" un luogo a protezione dell'istinto di arrampicare.
Un luogo che non si congela a bloccare nel tempo e nel "così è sempre stato" la sua pratica, ma un luogo di incontro di tendenze, desideri e bisogni.
Questo modo di rapportarsi, dovrebbe essere in grado di produrre effetti concreti, sempre mobili e sempre in grado di adeguarsi per soddisfare il continuo mutare dei desideri del nostro sport.
Per fare questo è necessario passare alla pratica, al coinvolgimento, al saper tradurre le parole dell' altro in comprensione non solo ideale, ma anche fisica: condividere le stesse battaglie, essere insieme nelle stesse battaglie.
La piastrina che gira, il moschettone usurato, la cura del materiale e dell'ambiente deve divenire la battaglia di tutti, senza delega a nessuno.
Parlo di manutenzione, di comunicazione, di buone pratiche condivise.
Solo in questo modo, quando si aprono questioni come quelle discusse Giovedì 12 Gennaio -"l'arte di chiodare"- la parola può passare alla base del movimento.
Per essere più moderni, potremmo dire che "il movimento dal basso" può correggere/indirizzare questo nostro sport.
L'istituzione "mobile", "metamorfica" direbbe Deleuze, pensata in questo modo, può rispondere alle mutevoli esigenze del mondo verticale, divenendo un generatore di "regole" per gestire i rapporti tra le persone interessate.
Anche qui, per non cadere nel tranello della comodità, occorre rimanere attenti e flessibili per poter essere concretamente protettivi nei confronti del mutevole istinto: il desiderio deve continuamente fluire.
Come a dire: se l'istinto sessuale ha dato il via all'istituzione "matrimonio", l'averlo considerato "per sempre" prima, e "così è sempre stato" poi, ne ha fatto la tomba dell'istinto che lo ha generato...(passatemela...)
Allora le regole saranno sempre provvisorie, perché la pratica viene prima della regola, anzi, la regola è il prodotto della pratica.
E' fondamentale ripulirsi per ritrovare una certa sensibilità che guarda al sociale e si allontana dal piano individuale, porre quindi l'attenzione alla relazione.
"Chiodo per me", "ci vado solo io", è un modo falso di ragionare, fosse solo per l'impossibile certezza di sapere quando e per quanto tempo saranno salite le nostre vie attrezzate.
Non siamo che esseri in relazione.
Allora "non ditemi che le parole non contano", perché è soprattutto con il linguaggio che ci esprimiamo e comunichiamo.
La pratica può anticipare la legge, se si raduna attorno ad una "istituzione".
Parliamone, confrontiamoci, magari sapendo di cosa parliamo, sapendolo in pratica ma anche in teoria.
Comunicate le vostre osservazioni: sarà parte del materiale utilizzato per costruire i prossimi appuntamenti sull'"arte di chiodare".

N.B.
 A questo link trovate le "Indicazioni tecniche di chiodatura" presentate nella serata.
 A questo link trovate le "Indicazioni ambientali" presentate nella serata.


"la tirannia è un regime in cui vi sono molte leggi e poche istituzioni, la democrazia un regime in cui vi sono molte istituzioni e pochissime leggi. […] Le leggi imprigionano l’azione: la immobilizzano, la moralizzano. Pure istituzioni senza leggi sarebbero per natura modelli di azione libera, in perpetuo movimento, in permanente rivoluzione, in costante stato di immoralità". Gilles Deleuze


mercoledì 11 gennaio 2017

Del perchè chiodare... (poco e bene)

"porre in essere un mondo"


Produrre una qualsiasi cosa non è mai separabile dal tempo in cui si è prodotta.
Cosi, il primo produttore di automobili non si è posto i problemi che si pongono i produttori di oggi.
Se il primo produttore poteva essere un artista, i nuovi produttori devono conformare il loro "genio" alle necessità che nei tempi sono emerse visto l'enorme sviluppo di regole, norme e standard imposte dalla società, che si vuole sia civile.
A ben guardare viste le diverse altezze a cui viaggiano i paraurti delle auto, ancora molto rimane da fare, eppure, tutti gli ingegneri che oggi progettano hanno un trascorso sulle "illuminanti" soluzioni morali adottate dagli autoscontri...
Cosi, il primo chiodatore non si è posto i problemi che si pongono i chiodatori di oggi.
Se il primo chiodatore poteva essere un artista, i nuovi chiodatori devono conformare il loro "genio" alle necessità che nei tempi sono emerse ...
A ben guardare viste le diverse altezze a cui viaggiano le prime protezioni di ogni tiro, ancora molto rimane da fare, eppure...
Eppure oggi sembra cosi difficile trovare una risposta moralmente e universalmente accettabile.
Credere che le motivazioni del chiodatore e la gratitudine a lui riservata negli anni 80 debba essere conservata "tout court" anche ai giorni nostri, è una credenza azzardata.
Possiamo trovare risposte a tante domande guardando a posteriori la nostra storia verticale
L'estetica di un tiro, la possibilità di trascurare gli standard sui materiali utilizzabili, l'omogeneità dell'utenza che si affida ai prodotti di chi chioda, la comunicazione dei lavori fatti in parete, sono concetti e ragionamenti che possiamo ricostruire guardando il nostro passato.
Se oggi guardiamo avanti, possiamo solo proporre, ipotizzare, riempire una griglia ordinando pericolosità ambientale su un lato e vicinanza allo stato dell'arte nel posizionamento delle protezioni dall'altro.
Creare un'area che sfuma con continuità dalla sicurezza della sala indoor, passando per le falesie gestite dalle amministrazioni comunali, e finendo all'alpinismo "trad", passando per le infinite sfumature del nostro sport che continuiamo a chiamare "arrampicata sportiva", alimentando in questo modo un discreta confusione. 
A questa griglia di possibilità, dovremmo sovrapporre una pellicola di responsabilità, che potremmo identificare con "la comunicazione" più o meno trasparente dell'operato svolto in parete.
Per una volta bisognerebbe lasciare da parte la retorica, la poesia e tutte quelle patetiche "soggettività" che non hanno valore davanti alla legge.
Entrare nel labirinto delle necessità e delle libertà, cercare di non chiudersi ai bisogni ma anche di non chiudere gli occhi sulla realtà sportiva che si sta affermando, richiede l'aiuto di tutti, chiodatori e scalatori.
Tenendoci per mano, possiamo avanzare nel labirinto senza perdere il filo che può riportarci al punto di partenza, per riprovare a costruire senza girare a vuoto.
Lo so, l'immagine è patetica, ma tant'è.
Domani, 
Giovedì 12 Gennaio
 alle ore 21.00
 al King Rock,
"L'arte di chiodare"

una serata dove guide alpine, Laac, vecchi e giovani, proveranno a mettere nel piatto lo stato dell'arte, legale, ambientale, tecnico e forse morale.
Sarà una base di partenza, una prima serata che aprirà ad un periodo di proposte, a nuove serate di risposte.
Un dialogo a trapani fermi, una tregua.





mercoledì 4 gennaio 2017

L'arte di chiodare (serata aperta al pubblico)


"... a casa mia una buona torta, [...], non è mai andata a male".*

Tanto tempo fa mi sono scontrato con un esponente locale di un “movimento” politico che per identificarsi utilizza il sistema di classificazione degli hotel.
Fatto è che questo giovane emerso dalla "gente" mi blaterava in faccia:
 -“persone come me,  fino a due anni fa passavano i week-end al bar, mentre oggi posso fare politica grazie a questo Movimento !”…
-“si vede...”- risposi io.
Si vedevano le domeniche passate al bar, non il suo acume politico.
Il suo vanto era ai miei occhi una delle peggiori possibilità che si possa offrire a chi non sapendo cosa fare della propria vita, pretende di essere utile agli altri…
Mi torna in mente questo siparietto, quando penso che:

Giovedì 12 gennaio
 alle ore 21.00 
al king Rock di Verona

si terrà una serata, aperta a tutti, con lo scopo di mettere a fuoco alcuni  aspetti che riguardano
 “l’arte di chiodare”





Ammesso sia un’arte, (non credo, ma potrei anche cambiare idea), mi pare un buon tentativo per cercare di rispondere alla superficialità imperante di questi nostri tempi e a tutto ciò che produce.
La facile reperibilità di trapani efficienti ma a basso costo sta alla chiodatura come i 5 stelle stanno alla politica.
No, non è una tirata politica, la scena iniziale potrebbe essere tolta dalla generalizzazione ed essere identificata con  nomi e cognomi dei protagonisti.
Ne parlavano già i greci nei dialoghi tra Socrate e Alcibiade, di quanto prima di pensare al bene pubblico, sia meglio essere consci di cosa è "bene" per se stessi.
Mi piace l’idea della serata per il concetto che porta con sé: la cura dell’esistenza, quindi dell’arte di esistere, anche se limitatamente al mondo verticale.
E' un tentativo di educare a come prendersi cura del modo in cui un chiodatore si prenderà cura di se stesso e del mondo che crea.
E' un passo che allontana dal “chiodo solo per me” che per tanto tempo ha imperato, un passo verso la conoscenza e verso la verità di un gesto che è sempre pubblico e mai privato.
La “ragion pigra” è un male che attraversa tutte le epoche e tutte le attività umane, è un atteggiamento che ci colpisce quando i problemi da risolvere sono lunghi, difficili e indecifrabili.
Spesso ci si lascia andare agli eventi, alla fatalità, giustificandosi con dettagli o spezzoni di realtà colti a caso per convenienza di ragionamento.
Ecco che, pensare oggi alla responsabilità, alle problematiche ambientali, ai materiali ma anche alla comunicazione di ciò che si mette in parete, può facilmente aprire le porte a questa pigrizia morale.
Est ed ovest Adige invece si alleano contro la "ragion pigra"e si propongono di creare un canone condiviso per cercare di dare omogeneità al mondo verticale che si vorrà porre in essere, affiancando e valutando tutto l'esistente in parete.
Un mondo che sia "pensato" e non totalmente figlio del caso o delle piccole realtà, una attività che possa essere quindi comunicata da chi la svolge e che possa essere integrata dai consigli di chi la utilizza.
Trovare l’unità nel molteplice: dopo lunghe incomprensioni, tra parole che suonavano dissonanti ne è uscita una melodia.
Ascoltiamola quindi, è gratis!
Andiamo a conoscere meglio questa realtà e sapremo come utilizzare gli utili trapani low cost e le forze di un eventuale movimento cinque stelle verticale, perché tutto ciò che crea possibilità, se accompagnata da "conoscenza", facilmente porterà all’armonia.
Ecco anche il perché una buona torta non andrà mai a male finché può essere mangiata da tutti.
Le menzogne o le mezze verità di chi ha il coraggio di sostenere senza vergogna il diritto di difendere un privilegio che non ha ragione di esistere, potrà anche limitare il numero di chi apprezza la torta, ma facilmente la farà anche andare a male…

* Parole prese in prestito alla saggezza dei nostri nonni



mercoledì 21 dicembre 2016

Apro e chiudo

"Rose di bosco", Ceredo, Verona.

Da tempo nel linguaggio "da falesia" il verbo "chiudere" ha un significato che non si limita a descrivere  il diminuire dell'angolo acuto tra avambraccio e braccio.
Chiudere, oggi, è "chiudere" i conti con una via, archiviarla, registrarla.
Per contro non sembra aver aggiunto significati la parola "aprire", la quale rimane legata alla debolezza muscolare, alla salita da primi di cordata, e in un certo senso preso in prestito all'edilizia, al cantiere.
Sono solo parole, ma dicono di noi, del nostro modo di sentire, di pensare e di agire il mondo.
La sociologia, in special modo quella francese, ha cercato di identificare qualche caratteristica che accomuni gli abitanti di questo "campo" sociale legato al "verticale".
Pare quindi che flirtare con il pericolo possa offrire la possibilità di respirare il "vero sé”.
Gli sforzi di una società  come la nostra, sempre tesa a ridurre allo zero le manifestazioni quotidiane di incertezza, sembra soffocare l’individuo.
Ecco quindi la ricerca di ostacoli per ritrovare la pienezza di una vita minacciata dall’assenza di sorprese.
Scalare una montagna offre un'arena alternativa che non sia il posto di lavoro o la routine quotidiana. Lo scopo sarebbe quello di fornire un certo grado di insicurezza per soddisfare le aspettative di qualcosa di inaspettato e di rischioso.
L'incertezza e l'intensità dell’impegno vanno a compensare la calma piatta di un’esistenza senza sorprese.
L'arrampicatore testa la sua capacità di superare la paura e di mantenere il controllo in situazioni di pericolo, o di rischio, per accedere ad un senso di auto-realizzazione.
Resta il fatto che le nostre scelte, i comportamenti e le traiettorie di sviluppo sono in parte inconsce, soprattutto indotte dalle caratteristiche sociali che ci accolgono quando veniamo al mondo o più specificatamente quando entriamo in particolari campi sociali.
I personaggi che il più delle volte si lanciano in queste attività verticali lo fanno per vedersi alla prova in situazioni "volutamente" rischiose.
I motivi per abbracciare  questi sport sono tanti, non ultimo la volontà di inserirsi in un certo tipo di società.
Il rischio è qui inteso come la percezione soggettiva del pericolo.
Tagliando tutto con l'accetta, con buona pace di chi ha scritto tanto in materia, potremo dire che "ce la raccontiamo" e successivamente ci illudiamo che sia vera.
A fondamento di tutto sta il rapporto tra il pericolo e le tre declinazioni della rappresentazione soggettiva che ne abbiamo, che condividiamo e che raccontiamo a chi sta fuori da questo campo "verticale".
Una differenziazione concettuale tra il rischio e pericolo è utile per eliminare alcune ambiguità.
Il pericolo si riferisce a una serie di minacce che possono danneggiare gli eventi e che si possono verificare se vengono soddisfatte determinate condizioni o combinazione di fattori.
Il rischio è un modo personale di guardare e immaginare il pericolo.
Il primo è concreto, il secondo vive solo nelle nostre teste.
L'arrampicata già nel materiale che utilizza, è tutta tesa ad eliminare i pericoli mortali, cosa che non sempre vale nell'alpinismo.
Questo "campo" verticale sembra quindi attirare chi condivide inconsciamente le regole del gioco.
Serve una sorta di predisposizione d'animo per accettare un gioco che mette in palio al suo interno, come ogni società del resto, posizioni più o meno di prestigio.
Per posizioni, intendo ruoli che spaziano e si differenziano per il "potere" che rivestono solo ed esclusivamente in questo contesto.
Banalmente, il peso di un neofita non è paragonabile al "peso" di un forte scalatore affermato a livello nazionale, cosi come l'autorità di un chiodatore storico non è paragonabile a quella di un "apprendista chiodatore".
Vuoi per estrazione sociale, vuoi per tempistica dell'ingresso "in campo", vuoi per mille altri motivi, fatto è che muoviamo le nostre scelte partendo da una posizione inconscia, non lo dico io, lo dicono sempre fior di sociologi.*
Loro, parlano di "Habitus", del principio non scelto di tutte le scelte, e affermano che il tutto funziona meglio se in questa lotta per le posizioni pregiate del campo, rimane inalterato lo squilibrio iniziale, meglio ancora se il dominio è legittimato dal dominato come se fosse una cosa naturale.
Sono solo parole...
Dicono che l'"habitus"sia storia incorporata e rimossa che si deposita nel corpo, nei modi di fare.
Riutilizzando la cara accetta: provate a pensare quante cose sono date per scontate oggi in arrampicata, rispetto a quelle che negli anni ottanta scontate non erano, pensate a quante volte controllate gli ancoraggi prima di moschettonare...
Ancora: provate a pensare quanto sia normale, nella vita orizzontale, accettare il fatto che in un mondo di uguali, essere ricco può anche voler dire che in un ipotetico  scontro frontale tra un SUV e un'utilitaria, (visti come massimo potere di acquisto dei due protagonisti),  muore il povero: ovvio.
Ovvio non è, ma lo diviene quando diventa storia incorporata e rimossa.
Questa "digestione" del rischio che avviene nei gesti quotidiani e la ricerca sui materiali che spinge sempre più verso la sicurezza, per assurdo muove il mondo verticale verso il pericolo.
Chi occupa i posti nobili di questo campo sociale non volendo farsi riassorbire dal gruppo,  e avendo un Ondra che chiude a doppia mandata la via di fuga verso la difficoltà e verso il prestigio, spinge "il campo" verso il trad, gli highball e in generale in tutto cio che riavvicina il rischio al pericolo.
Le eccezioni esistono ovviamente ma non "fanno statistica" e se non siete convinti, potete leggere i racconti delle ultime imprese del più famoso arrampicatore italiano che pur di rimanere sulle pagine aumenta la pericolosità delle sue ascese in modo proporzionale al probabile calo del grado di prestazione...
Ci si illude sia libertà, o forse la si vende meglio se la si veste cosi.
Altri ancora, forse i più comodi, si mettono a chiodare, ma questo è un altro discorso.

La faccio breve, dove voglio arrivare?
Perché tutte queste parole sulle nostre origini?
Perché occorre svelare la parte inconscia, la base di partenza con la quale oggi si approccia l'arrampicata.
E non mi si venga a dire che è solo un problema di nodi e manovre, insomma di cultura da trasmettere attraverso le scuole.
Restiamo ai fatti e diventiamo concreti.
L'economia ha preso un suo posto in questo sport, minandolo in qualche modo alla base.
Rischio residuo ineludibile e larga massa di utenti sono concetti che fanno a pugni: se vuoi la massa devi eliminare il rischio, se elimini il rischio muore il motore originario dell'arrampicata.
La lunga mano economica è accettabile se invisibilmente aiuta tutto il sistema, se rimane radicata nel suo campo e reinveste in esso l'economia e la cultura che produce.
Fondamentale in questo contesto rimane l'equilibrio comunicativo tra le parti.
Si tratta di pensare, di veicolare immagini in grado di creare un filo conduttore capace di "aprire" a un  futuro che non sia fuorviante.
Aprire, cedere, è accettare l'evidenza dell'inutilità del resistere.
"Insomma lo spirito (dell’arrampicata) non si può far resuscitare, è quello che è, ed è un po’ figlio dei suoi tempi, anche se è sempre possibile guardare in avanti ed aprirsi a qualcosa che sia nuovo, aldilà dell’economico, anche senza demonizzare il lato economico pensando che tutto ciò che c'è di sbagliato derivi da esso"***.
Le cose buone da sempre aprono al mondo, ma per un climber, aprire, suona spesso di sconfitta.
Chiudere è vincente e rassicurante.
Fare gli struzzi, per cominciare a giocare su cose che si facevano cinque lustri fa, poggia su una storia dimenticata a parole ma riassunta nei gesti.
Più concretamente: sono cambiate le poste in gioco, le posizioni di potere e le posizioni di ingresso in questo campo.
Si "vola" in palestra senza pensieri, si provano passaggi estremi cadendo su materassi.
Il gesto migliora ed ecco che piovono gli 8c da fotografare, le performance da pubblicare sulle riviste.
Ma quel gesto si compie su fissi che gridano pietà, su maillon logori e fettucce prossime in modo asintotico alla pensione.
Il rischio non viene più percepito, riassunto quasi a livello di postura, cristallizzato in un grido strozzato a sottolineare il passaggio difficile.
Rimane solo la performance.
C'è il racconto epico, i tentativi, l'allenamento, il sogno coronato, c'è pure la foto del gesto atletico.
Nella foto cozzano, la cura dell'allenamento, i relativi muscoli scintillanti e lo stato infame dei fissi.
Sarò antico, ma la pornografia verticale dei corpi in tensione non mi tocca tanto quanto lo stato del supporto su cui questa si svolge.
Il mio sguardo va alla ormai data per scontata sicurezza, affidata ai rinvii nuovi dello sponsor che battono su maillon corrosi dei vecchi fissi, questo quando le cose vanno bene... di altri orrori lascio a voi la ricerca nelle riviste di settore.
Sono solo parole, ma con le parole ci comunichiamo il mondo.
L'invito è quello di aprire, iniziando a raccontarlo in modo più onesto: meno epica, meno eroi.
Se uno spazio di libertà esiste, necessario per confrontarsi con le scelte, lo si trova nel perdersi fuori dall'abitudine, nel sapere che ogni tassello messo potrebbe essere quello che trattiene il tuo errore.
Hai un bel insegnare i nodi e tutto il resto se poi non ricordi che arrampicare è cercare, mettersi in gioco in modo singolare con gli appigli e gli appoggi di un tiro.
L'inutile gazzarra competitiva che viene inscenata ogni week-end sotto quei soliti 4 tiri comodi imparati a memoria, potrebbe essere protetta da quel solo tassello in cui si aprono le mani.
Se, di tutto, rimane solo la prestazione atletica, hai un bel parlare di fissi, di usura da muolinette in catena...
Non puoi credere di far passare un messaggio a parole senza accompagnarlo con il gesto, sarebbe poco credibile non aver nello zaino un fisso inox, e magari una ghiera da dedicare alle moulinette attaccata all'imbrago.
Non puoi fare passare il messaggio se tu, azienda che promuovi l'arrampicata, non sensibilizzi i tuoi atleti a produrre foto in grado di veicolare un messaggio corretto: intendo quindi prodotti nuovi, rinvii nuovi e fissi nuovi; perchè soprattutto attraverso le immagini si veicola un pensiero.
Invece non ci si pone nemmeno il problema, incorporato e riassunto nei gesti.
La logica dei tiri chiusi, o da chiudere, porta ad un degrado appropriativo, capitalista e personale.
Occorre cambiare questo racconto per tornare al rapporto tra roccia e uomo, tra problema e risoluzione, spaziare fuori dai numeri proposti dai gradi e portare un po di magnesio fuori dalla nostra abitudine.
Solo cosi hanno senso le falesie da 300 tiri, diversamente ne bastano 4 di tiri, magari mal-gradati, per far contenti i criceti che raccontano quello che vive nella loro testa...
Salvo poi non raccontare del muso lungo che appare quando un 6b non ci fa passare mentre ci raccontiamo che l'aver chiuso un 8a fa di noi un top climber.
Non raccontiamo che il socio condivide lo stesso interesse comune per questa sciocchezza ed è quindi un complice.
Non raccontiamo agli altri, fuori da questo campo, che in realtà il rischio è minimo ed è legato all'ambiente e che raramente in arrampicata sportiva il rischio si avvicina al pericolo.
Ripeto: lo spirito dell’arrampicata, oggi, è quello che è, ed è un po’ figlio dei suoi tempi, la distanza rischio/pericolo è sempre più dilatata.
Per ritrovare quelle sensazioni originali sarebbe il caso di rivolgersi ad altri sport.
Pare incredibile ma "le parole sono piccole macchine esatte, [...], se uno non le sa usare, tanto vale che non le usi, è meglio per tutti che si rassegni a restare quello che è, cioè un rozzo animale che a fatica indica col dito le cose cercando di ricordarsi qualche fonema che le significhi, ma senza lamentarsi poi se la gente lo prenderà a calci come un cane randagio".**
Aprire è far cadere la maschera: quel rischio raccontato non ha senso farlo abitare ancora in questo campo, perché se ancora lo troviamo in parete, è spesso per incuria.
Lasciare che il tutto evolva è contaminazione, è l'intervento di richiodatura di Ceredo con fondi europei, è l'idea del fotografo che arma i trapani, è l'idea... anche dell'economia, ma poco importa, perchè è l'idea di Nicola, di Mauro, di Gianpaolo, idee che ancora una volta sono trasversali, tese a tagliare le chiusure che questo mondo verticale vive con orgoglio.
Certo non sarà mai un parco giochi, il pericolo rimane, ma la società ha l'obbligo di pensare e di fornire risposte alla realtà che si afferma.
L'apertura è far luce sui 25 anni di storia, ricordare perché ci muoviamo oggi in questo modo sul verticale.
Aprire è riproporre con garbo e cura la vecchia maglietta del Ceredo Climbing Team, per armare di nuovo i trapani che ne abbiano titolo, magari anche legale, per conservare Ceredo.
Perché le parole devono essere esatte ed è il caso di affermarlo: "chi chioda non è sempre da ringraziare".
I tempi sono cambiati, i tempi per raccontare questa nuova storia sono ormai maturi.
Solo una fascetta avvolge una maglia e racconta la memoria di ciò che abbiamo assorbito e dimenticato.****


è solo questione di parole?
forse... ma anche lo fosse è una questione che apre e non chiude.
Da un vecchio hard disk spunta questo documento riesumato e trasformato in "documentario", (oggi i video si fanno in altro modo e con altri mezzi).
Luca Gelmetti sale il 15 Maggio 2003 la via "Nagai" 8c al Covolo.
"Nagay" è una via chiodata da Marco Savio, ha un nome di fantasia che nelle intenzioni del chiodatore doveva tradurre in "lettere" un grido di battaglia simbolico.
La visita di forti climber giapponesi ha ricondotto il nome "Nagay" ad un significato sensato, mutando la "y" in "i".
Oggi è per tutti "Nagai", ma fuori dai social e dalle graduatorie web, per chi conosce la storia, resterà a lungo "Nagay".
E' questioni di nomi, "Nagai" o "Nagay" non è la stessa cosa: chi "chiude" le vie, annota "Nagai" sui social e la fa "consigliare" alle radio di settore... alimentando un'economia parassita.
Chi sale "Nagay" annota sul suo diario personale e sostituisce i fissi logori prima della performance, alimentando un'economia trasversale, utile a tutti perché tiene aperto un mondo.

Nagai from Mountain View on Vimeo.
Riprese di Emanuele Pellizzari.
 Musica: "Block Rockin' Beats" - The Chemical Brothers.


Per la cronaca già nel 2003 era buona prassi di Luca sostituire i fissi logori delle vie che avrebbe in seguito tentato di salire.


note:

- * Alcuni concetti sono grossolanamente riassunti da: https://sociologies.revues.org/3121#tocto1n2
altri provengono dal pensiero di Pierre Bourdieu.
- ** Cit: "Smith & Wesson" di Alessandro Baricco.
- *** Cit: "Vinicio Stefanello" via Skype.
- **** Le magliette si trovano presso il negozio "Turnover" interno al "King Rock".