domenica 15 gennaio 2017

"non ditemi che le parole non contano"

"Lo sport è il crinale che separa il combattimento dalla sommossa" cit: Roland Barthes
" Che cos'è lo sport ?
Che cosa mettono gli uomini nello sport?
Se stessi e il loro universo umano.
Lo sport è fatto per esprimere il contratto umano."
Finisce così il commento di Roland Barthes al documentario "lo sport e gli uomini".
Non ricordo invece le ultime parole usate per concludere la serata sull' "arte di chiodare", ma questa mia mancanza non sarà mai la prova che le parole non contano.
Aspetti legali, ambientali e tecnici sono stati esplorati da persone competenti per i loro studi e per la loro pratica del mondo verticale.
E' importante che si sia tentato di mettere in piedi una sorta di tavola rotonda attorno ad un tema che appare ancora libero da aspetti legali "specifici" ma contemporaneamente non è più libero da aspettative normative che le nuove generazioni di climber danno per scontate quando escono all'aperto.
"Lo sport esprime il contratto umano" diceva Barthes, e se guardiamo come oggi questo si esprime, non possiamo fare a meno di notare che spesso parla in termini di leggi, quindi di privazioni, di alienazioni o di limitazioni di istinti.
Sempre pescando dal semiologo francese possiamo osservare come l'individualismo odierno ci ha spinto uno contro l'altro, mentre lo sport, pur eleggendo "il migliore", non si rivolge all'uomo contro l'uomo, ma all'uomo contro la resistenza delle cose, alla stabilità della gravità e della natura nel nostro caso.
In buona sostanza, il primo in classifica è applaudito dal secondo per la forza con cui si è opposto all'ostacolo.
Ancora più chiaramente, chi sale il 9a, è applaudito per l'abilità che ha l'uomo di affrontare la natura, senza cadere in confronti di abilità tra uomo e uomo.
Probabilmente è ancora così, basterebbe togliere quel leggero strato di insensibilità che sembra ricoprirci, perché offuscati da questa patina di egoismo ne esce una società fondata sul negativo fatto di privazioni e alienazioni.
Il mondo "anarchico" verticale che si ostina a spostare nel tempo la presa d'atto che la sua popolazione è cambiata, rabbrividisce ogni volta che entra in contatto con l'idea che una qualsiasi legge possa limitarne le possibili vie di fuga nelle quali si dirama l'andare per pareti.
Le attività in montagna stanno in effetti esplodendo in una miriade di specialità.
Al punto che chiodare corto, lungo, trad, inox, zincato, resinato, dovrebbe sempre andare bene, perchè c'è sempre un buon motivo, anche se parziale, da utilizzare per giustificare il proprio operato...
Storia antica, appunto "storia", qualcosa che è stato.
Sarebbe  invece interessante provare ad anticipare la presa inevitabile della "legge" che prima o poi avverrà anche sulla nostra attività.
Un modo, forse, è quello di pensare all'istituzione, non nel modo conservatore a cui siamo abituati. Usando un po' di immaginazione, che nell'uomo non difetta mai, si può con coraggio credere di poter "istituire" un luogo a protezione dell'istinto di arrampicare.
Un luogo che non si congela a bloccare nel tempo e nel "così è sempre stato" la sua pratica, ma un luogo di incontro di tendenze, desideri e bisogni.
Questo modo di rapportarsi, dovrebbe essere in grado di produrre effetti concreti, sempre mobili e sempre in grado di adeguarsi per soddisfare il continuo mutare dei desideri del nostro sport.
Per fare questo è necessario passare alla pratica, al coinvolgimento, al saper tradurre le parole dell' altro in comprensione non solo ideale, ma anche fisica: condividere le stesse battaglie, essere insieme nelle stesse battaglie.
La piastrina che gira, il moschettone usurato, la cura del materiale e dell'ambiente deve divenire la battaglia di tutti, senza delega a nessuno.
Parlo di manutenzione, di comunicazione, di buone pratiche condivise.
Solo in questo modo, quando si aprono questioni come quelle discusse Giovedì 12 Gennaio -"l'arte di chiodare"- la parola può passare alla base del movimento.
Per essere più moderni, potremmo dire che "il movimento dal basso" può correggere/indirizzare questo nostro sport.
L'istituzione "mobile", "metamorfica" direbbe Deleuze, pensata in questo modo, può rispondere alle mutevoli esigenze del mondo verticale, divenendo un generatore di "regole" per gestire i rapporti tra le persone interessate.
Anche qui, per non cadere nel tranello della comodità, occorre rimanere attenti e flessibili per poter essere concretamente protettivi nei confronti del mutevole istinto: il desiderio deve continuamente fluire.
Come a dire: se l'istinto sessuale ha dato il via all'istituzione "matrimonio", l'averlo considerato "per sempre" prima, e "così è sempre stato" poi, ne ha fatto la tomba dell'istinto che lo ha generato...(passatemela...)
Allora le regole saranno sempre provvisorie, perché la pratica viene prima della regola, anzi, la regola è il prodotto della pratica.
E' fondamentale ripulirsi per ritrovare una certa sensibilità che guarda al sociale e si allontana dal piano individuale, porre quindi l'attenzione alla relazione.
"Chiodo per me", "ci vado solo io", è un modo falso di ragionare, fosse solo per l'impossibile certezza di sapere quando e per quanto tempo saranno salite le nostre vie attrezzate.
Non siamo che esseri in relazione.
Allora "non ditemi che le parole non contano", perché è soprattutto con il linguaggio che ci esprimiamo e comunichiamo.
La pratica può anticipare la legge, se si raduna attorno ad una "istituzione".
Parliamone, confrontiamoci, magari sapendo di cosa parliamo, sapendolo in pratica ma anche in teoria.
Comunicate le vostre osservazioni: sarà parte del materiale utilizzato per costruire i prossimi appuntamenti sull'"arte di chiodare".

N.B.
 A questo link trovate le "Indicazioni tecniche di chiodatura" presentate nella serata.
 A questo link trovate le "Indicazioni ambientali" presentate nella serata.


"la tirannia è un regime in cui vi sono molte leggi e poche istituzioni, la democrazia un regime in cui vi sono molte istituzioni e pochissime leggi. […] Le leggi imprigionano l’azione: la immobilizzano, la moralizzano. Pure istituzioni senza leggi sarebbero per natura modelli di azione libera, in perpetuo movimento, in permanente rivoluzione, in costante stato di immoralità". Gilles Deleuze


mercoledì 11 gennaio 2017

Del perchè chiodare... (poco e bene)

"porre in essere un mondo"


Produrre una qualsiasi cosa non è mai separabile dal tempo in cui si è prodotta.
Cosi, il primo produttore di automobili non si è posto i problemi che si pongono i produttori di oggi.
Se il primo produttore poteva essere un artista, i nuovi produttori devono conformare il loro "genio" alle necessità che nei tempi sono emerse visto l'enorme sviluppo di regole, norme e standard imposte dalla società, che si vuole sia civile.
A ben guardare viste le diverse altezze a cui viaggiano i paraurti delle auto, ancora molto rimane da fare, eppure, tutti gli ingegneri che oggi progettano hanno un trascorso sulle "illuminanti" soluzioni morali adottate dagli autoscontri...
Cosi, il primo chiodatore non si è posto i problemi che si pongono i chiodatori di oggi.
Se il primo chiodatore poteva essere un artista, i nuovi chiodatori devono conformare il loro "genio" alle necessità che nei tempi sono emerse ...
A ben guardare viste le diverse altezze a cui viaggiano le prime protezioni di ogni tiro, ancora molto rimane da fare, eppure...
Eppure oggi sembra cosi difficile trovare una risposta moralmente e universalmente accettabile.
Credere che le motivazioni del chiodatore e la gratitudine a lui riservata negli anni 80 debba essere conservata "tout court" anche ai giorni nostri, è una credenza azzardata.
Possiamo trovare risposte a tante domande guardando a posteriori la nostra storia verticale
L'estetica di un tiro, la possibilità di trascurare gli standard sui materiali utilizzabili, l'omogeneità dell'utenza che si affida ai prodotti di chi chioda, la comunicazione dei lavori fatti in parete, sono concetti e ragionamenti che possiamo ricostruire guardando il nostro passato.
Se oggi guardiamo avanti, possiamo solo proporre, ipotizzare, riempire una griglia ordinando pericolosità ambientale su un lato e vicinanza allo stato dell'arte nel posizionamento delle protezioni dall'altro.
Creare un'area che sfuma con continuità dalla sicurezza della sala indoor, passando per le falesie gestite dalle amministrazioni comunali, e finendo all'alpinismo "trad", passando per le infinite sfumature del nostro sport che continuiamo a chiamare "arrampicata sportiva", alimentando in questo modo un discreta confusione. 
A questa griglia di possibilità, dovremmo sovrapporre una pellicola di responsabilità, che potremmo identificare con "la comunicazione" più o meno trasparente dell'operato svolto in parete.
Per una volta bisognerebbe lasciare da parte la retorica, la poesia e tutte quelle patetiche "soggettività" che non hanno valore davanti alla legge.
Entrare nel labirinto delle necessità e delle libertà, cercare di non chiudersi ai bisogni ma anche di non chiudere gli occhi sulla realtà sportiva che si sta affermando, richiede l'aiuto di tutti, chiodatori e scalatori.
Tenendoci per mano, possiamo avanzare nel labirinto senza perdere il filo che può riportarci al punto di partenza, per riprovare a costruire senza girare a vuoto.
Lo so, l'immagine è patetica, ma tant'è.
Domani, 
Giovedì 12 Gennaio
 alle ore 21.00
 al King Rock,
"L'arte di chiodare"

una serata dove guide alpine, Laac, vecchi e giovani, proveranno a mettere nel piatto lo stato dell'arte, legale, ambientale, tecnico e forse morale.
Sarà una base di partenza, una prima serata che aprirà ad un periodo di proposte, a nuove serate di risposte.
Un dialogo a trapani fermi, una tregua.





mercoledì 4 gennaio 2017

L'arte di chiodare (serata aperta al pubblico)


"... a casa mia una buona torta, [...], non è mai andata a male".*

Tanto tempo fa mi sono scontrato con un esponente locale di un “movimento” politico che per identificarsi utilizza il sistema di classificazione degli hotel.
Fatto è che questo giovane emerso dalla "gente" mi blaterava in faccia:
 -“persone come me,  fino a due anni fa passavano i week-end al bar, mentre oggi posso fare politica grazie a questo Movimento !”…
-“si vede...”- risposi io.
Si vedevano le domeniche passate al bar, non il suo acume politico.
Il suo vanto era ai miei occhi una delle peggiori possibilità che si possa offrire a chi non sapendo cosa fare della propria vita, pretende di essere utile agli altri…
Mi torna in mente questo siparietto, quando penso che:

Giovedì 12 gennaio
 alle ore 21.00 
al king Rock di Verona

si terrà una serata, aperta a tutti, con lo scopo di mettere a fuoco alcuni  aspetti che riguardano
 “l’arte di chiodare”





Ammesso sia un’arte, (non credo, ma potrei anche cambiare idea), mi pare un buon tentativo per cercare di rispondere alla superficialità imperante di questi nostri tempi e a tutto ciò che produce.
La facile reperibilità di trapani efficienti ma a basso costo sta alla chiodatura come i 5 stelle stanno alla politica.
No, non è una tirata politica, la scena iniziale potrebbe essere tolta dalla generalizzazione ed essere identificata con  nomi e cognomi dei protagonisti.
Ne parlavano già i greci nei dialoghi tra Socrate e Alcibiade, di quanto prima di pensare al bene pubblico, sia meglio essere consci di cosa è "bene" per se stessi.
Mi piace l’idea della serata per il concetto che porta con sé: la cura dell’esistenza, quindi dell’arte di esistere, anche se limitatamente al mondo verticale.
E' un tentativo di educare a come prendersi cura del modo in cui un chiodatore si prenderà cura di se stesso e del mondo che crea.
E' un passo che allontana dal “chiodo solo per me” che per tanto tempo ha imperato, un passo verso la conoscenza e verso la verità di un gesto che è sempre pubblico e mai privato.
La “ragion pigra” è un male che attraversa tutte le epoche e tutte le attività umane, è un atteggiamento che ci colpisce quando i problemi da risolvere sono lunghi, difficili e indecifrabili.
Spesso ci si lascia andare agli eventi, alla fatalità, giustificandosi con dettagli o spezzoni di realtà colti a caso per convenienza di ragionamento.
Ecco che, pensare oggi alla responsabilità, alle problematiche ambientali, ai materiali ma anche alla comunicazione di ciò che si mette in parete, può facilmente aprire le porte a questa pigrizia morale.
Est ed ovest Adige invece si alleano contro la "ragion pigra"e si propongono di creare un canone condiviso per cercare di dare omogeneità al mondo verticale che si vorrà porre in essere, affiancando e valutando tutto l'esistente in parete.
Un mondo che sia "pensato" e non totalmente figlio del caso o delle piccole realtà, una attività che possa essere quindi comunicata da chi la svolge e che possa essere integrata dai consigli di chi la utilizza.
Trovare l’unità nel molteplice: dopo lunghe incomprensioni, tra parole che suonavano dissonanti ne è uscita una melodia.
Ascoltiamola quindi, è gratis!
Andiamo a conoscere meglio questa realtà e sapremo come utilizzare gli utili trapani low cost e le forze di un eventuale movimento cinque stelle verticale, perché tutto ciò che crea possibilità, se accompagnata da "conoscenza", facilmente porterà all’armonia.
Ecco anche il perché una buona torta non andrà mai a male finché può essere mangiata da tutti.
Le menzogne o le mezze verità di chi ha il coraggio di sostenere senza vergogna il diritto di difendere un privilegio che non ha ragione di esistere, potrà anche limitare il numero di chi apprezza la torta, ma facilmente la farà anche andare a male…

* Parole prese in prestito alla saggezza dei nostri nonni



mercoledì 21 dicembre 2016

Apro e chiudo

"Rose di bosco", Ceredo, Verona.

Da tempo nel linguaggio "da falesia" il verbo "chiudere" ha un significato che non si limita a descrivere  il diminuire dell'angolo acuto tra avambraccio e braccio.
Chiudere, oggi, è "chiudere" i conti con una via, archiviarla, registrarla.
Per contro non sembra aver aggiunto significati la parola "aprire", la quale rimane legata alla debolezza muscolare, alla salita da primi di cordata, e in un certo senso preso in prestito all'edilizia, al cantiere.
Sono solo parole, ma dicono di noi, del nostro modo di sentire, di pensare e di agire il mondo.
La sociologia, in special modo quella francese, ha cercato di identificare qualche caratteristica che accomuni gli abitanti di questo "campo" sociale legato al "verticale".
Pare quindi che flirtare con il pericolo possa offrire la possibilità di respirare il "vero sé”.
Gli sforzi di una società  come la nostra, sempre tesa a ridurre allo zero le manifestazioni quotidiane di incertezza, sembra soffocare l’individuo.
Ecco quindi la ricerca di ostacoli per ritrovare la pienezza di una vita minacciata dall’assenza di sorprese.
Scalare una montagna offre un'arena alternativa che non sia il posto di lavoro o la routine quotidiana. Lo scopo sarebbe quello di fornire un certo grado di insicurezza per soddisfare le aspettative di qualcosa di inaspettato e di rischioso.
L'incertezza e l'intensità dell’impegno vanno a compensare la calma piatta di un’esistenza senza sorprese.
L'arrampicatore testa la sua capacità di superare la paura e di mantenere il controllo in situazioni di pericolo, o di rischio, per accedere ad un senso di auto-realizzazione.
Resta il fatto che le nostre scelte, i comportamenti e le traiettorie di sviluppo sono in parte inconsce, soprattutto indotte dalle caratteristiche sociali che ci accolgono quando veniamo al mondo o più specificatamente quando entriamo in particolari campi sociali.
I personaggi che il più delle volte si lanciano in queste attività verticali lo fanno per vedersi alla prova in situazioni "volutamente" rischiose.
I motivi per abbracciare  questi sport sono tanti, non ultimo la volontà di inserirsi in un certo tipo di società.
Il rischio è qui inteso come la percezione soggettiva del pericolo.
Tagliando tutto con l'accetta, con buona pace di chi ha scritto tanto in materia, potremo dire che "ce la raccontiamo" e successivamente ci illudiamo che sia vera.
A fondamento di tutto sta il rapporto tra il pericolo e le tre declinazioni della rappresentazione soggettiva che ne abbiamo, che condividiamo e che raccontiamo a chi sta fuori da questo campo "verticale".
Una differenziazione concettuale tra il rischio e pericolo è utile per eliminare alcune ambiguità.
Il pericolo si riferisce a una serie di minacce che possono danneggiare gli eventi e che si possono verificare se vengono soddisfatte determinate condizioni o combinazione di fattori.
Il rischio è un modo personale di guardare e immaginare il pericolo.
Il primo è concreto, il secondo vive solo nelle nostre teste.
L'arrampicata già nel materiale che utilizza, è tutta tesa ad eliminare i pericoli mortali, cosa che non sempre vale nell'alpinismo.
Questo "campo" verticale sembra quindi attirare chi condivide inconsciamente le regole del gioco.
Serve una sorta di predisposizione d'animo per accettare un gioco che mette in palio al suo interno, come ogni società del resto, posizioni più o meno di prestigio.
Per posizioni, intendo ruoli che spaziano e si differenziano per il "potere" che rivestono solo ed esclusivamente in questo contesto.
Banalmente, il peso di un neofita non è paragonabile al "peso" di un forte scalatore affermato a livello nazionale, cosi come l'autorità di un chiodatore storico non è paragonabile a quella di un "apprendista chiodatore".
Vuoi per estrazione sociale, vuoi per tempistica dell'ingresso "in campo", vuoi per mille altri motivi, fatto è che muoviamo le nostre scelte partendo da una posizione inconscia, non lo dico io, lo dicono sempre fior di sociologi.*
Loro, parlano di "Habitus", del principio non scelto di tutte le scelte, e affermano che il tutto funziona meglio se in questa lotta per le posizioni pregiate del campo, rimane inalterato lo squilibrio iniziale, meglio ancora se il dominio è legittimato dal dominato come se fosse una cosa naturale.
Sono solo parole...
Dicono che l'"habitus"sia storia incorporata e rimossa che si deposita nel corpo, nei modi di fare.
Riutilizzando la cara accetta: provate a pensare quante cose sono date per scontate oggi in arrampicata, rispetto a quelle che negli anni ottanta scontate non erano, pensate a quante volte controllate gli ancoraggi prima di moschettonare...
Ancora: provate a pensare quanto sia normale, nella vita orizzontale, accettare il fatto che in un mondo di uguali, essere ricco può anche voler dire che in un ipotetico  scontro frontale tra un SUV e un'utilitaria, (visti come massimo potere di acquisto dei due protagonisti),  muore il povero: ovvio.
Ovvio non è, ma lo diviene quando diventa storia incorporata e rimossa.
Questa "digestione" del rischio che avviene nei gesti quotidiani e la ricerca sui materiali che spinge sempre più verso la sicurezza, per assurdo muove il mondo verticale verso il pericolo.
Chi occupa i posti nobili di questo campo sociale non volendo farsi riassorbire dal gruppo,  e avendo un Ondra che chiude a doppia mandata la via di fuga verso la difficoltà e verso il prestigio, spinge "il campo" verso il trad, gli highball e in generale in tutto cio che riavvicina il rischio al pericolo.
Le eccezioni esistono ovviamente ma non "fanno statistica" e se non siete convinti, potete leggere i racconti delle ultime imprese del più famoso arrampicatore italiano che pur di rimanere sulle pagine aumenta la pericolosità delle sue ascese in modo proporzionale al probabile calo del grado di prestazione...
Ci si illude sia libertà, o forse la si vende meglio se la si veste cosi.
Altri ancora, forse i più comodi, si mettono a chiodare, ma questo è un altro discorso.

La faccio breve, dove voglio arrivare?
Perché tutte queste parole sulle nostre origini?
Perché occorre svelare la parte inconscia, la base di partenza con la quale oggi si approccia l'arrampicata.
E non mi si venga a dire che è solo un problema di nodi e manovre, insomma di cultura da trasmettere attraverso le scuole.
Restiamo ai fatti e diventiamo concreti.
L'economia ha preso un suo posto in questo sport, minandolo in qualche modo alla base.
Rischio residuo ineludibile e larga massa di utenti sono concetti che fanno a pugni: se vuoi la massa devi eliminare il rischio, se elimini il rischio muore il motore originario dell'arrampicata.
La lunga mano economica è accettabile se invisibilmente aiuta tutto il sistema, se rimane radicata nel suo campo e reinveste in esso l'economia e la cultura che produce.
Fondamentale in questo contesto rimane l'equilibrio comunicativo tra le parti.
Si tratta di pensare, di veicolare immagini in grado di creare un filo conduttore capace di "aprire" a un  futuro che non sia fuorviante.
Aprire, cedere, è accettare l'evidenza dell'inutilità del resistere.
"Insomma lo spirito (dell’arrampicata) non si può far resuscitare, è quello che è, ed è un po’ figlio dei suoi tempi, anche se è sempre possibile guardare in avanti ed aprirsi a qualcosa che sia nuovo, aldilà dell’economico, anche senza demonizzare il lato economico pensando che tutto ciò che c'è di sbagliato derivi da esso"***.
Le cose buone da sempre aprono al mondo, ma per un climber, aprire, suona spesso di sconfitta.
Chiudere è vincente e rassicurante.
Fare gli struzzi, per cominciare a giocare su cose che si facevano cinque lustri fa, poggia su una storia dimenticata a parole ma riassunta nei gesti.
Più concretamente: sono cambiate le poste in gioco, le posizioni di potere e le posizioni di ingresso in questo campo.
Si "vola" in palestra senza pensieri, si provano passaggi estremi cadendo su materassi.
Il gesto migliora ed ecco che piovono gli 8c da fotografare, le performance da pubblicare sulle riviste.
Ma quel gesto si compie su fissi che gridano pietà, su maillon logori e fettucce prossime in modo asintotico alla pensione.
Il rischio non viene più percepito, riassunto quasi a livello di postura, cristallizzato in un grido strozzato a sottolineare il passaggio difficile.
Rimane solo la performance.
C'è il racconto epico, i tentativi, l'allenamento, il sogno coronato, c'è pure la foto del gesto atletico.
Nella foto cozzano, la cura dell'allenamento, i relativi muscoli scintillanti e lo stato infame dei fissi.
Sarò antico, ma la pornografia verticale dei corpi in tensione non mi tocca tanto quanto lo stato del supporto su cui questa si svolge.
Il mio sguardo va alla ormai data per scontata sicurezza, affidata ai rinvii nuovi dello sponsor che battono su maillon corrosi dei vecchi fissi, questo quando le cose vanno bene... di altri orrori lascio a voi la ricerca nelle riviste di settore.
Sono solo parole, ma con le parole ci comunichiamo il mondo.
L'invito è quello di aprire, iniziando a raccontarlo in modo più onesto: meno epica, meno eroi.
Se uno spazio di libertà esiste, necessario per confrontarsi con le scelte, lo si trova nel perdersi fuori dall'abitudine, nel sapere che ogni tassello messo potrebbe essere quello che trattiene il tuo errore.
Hai un bel insegnare i nodi e tutto il resto se poi non ricordi che arrampicare è cercare, mettersi in gioco in modo singolare con gli appigli e gli appoggi di un tiro.
L'inutile gazzarra competitiva che viene inscenata ogni week-end sotto quei soliti 4 tiri comodi imparati a memoria, potrebbe essere protetta da quel solo tassello in cui si aprono le mani.
Se, di tutto, rimane solo la prestazione atletica, hai un bel parlare di fissi, di usura da muolinette in catena...
Non puoi credere di far passare un messaggio a parole senza accompagnarlo con il gesto, sarebbe poco credibile non aver nello zaino un fisso inox, e magari una ghiera da dedicare alle moulinette attaccata all'imbrago.
Non puoi fare passare il messaggio se tu, azienda che promuovi l'arrampicata, non sensibilizzi i tuoi atleti a produrre foto in grado di veicolare un messaggio corretto: intendo quindi prodotti nuovi, rinvii nuovi e fissi nuovi; perchè soprattutto attraverso le immagini si veicola un pensiero.
Invece non ci si pone nemmeno il problema, incorporato e riassunto nei gesti.
La logica dei tiri chiusi, o da chiudere, porta ad un degrado appropriativo, capitalista e personale.
Occorre cambiare questo racconto per tornare al rapporto tra roccia e uomo, tra problema e risoluzione, spaziare fuori dai numeri proposti dai gradi e portare un po di magnesio fuori dalla nostra abitudine.
Solo cosi hanno senso le falesie da 300 tiri, diversamente ne bastano 4 di tiri, magari mal-gradati, per far contenti i criceti che raccontano quello che vive nella loro testa...
Salvo poi non raccontare del muso lungo che appare quando un 6b non ci fa passare mentre ci raccontiamo che l'aver chiuso un 8a fa di noi un top climber.
Non raccontiamo che il socio condivide lo stesso interesse comune per questa sciocchezza ed è quindi un complice.
Non raccontiamo agli altri, fuori da questo campo, che in realtà il rischio è minimo ed è legato all'ambiente e che raramente in arrampicata sportiva il rischio si avvicina al pericolo.
Ripeto: lo spirito dell’arrampicata, oggi, è quello che è, ed è un po’ figlio dei suoi tempi, la distanza rischio/pericolo è sempre più dilatata.
Per ritrovare quelle sensazioni originali sarebbe il caso di rivolgersi ad altri sport.
Pare incredibile ma "le parole sono piccole macchine esatte, [...], se uno non le sa usare, tanto vale che non le usi, è meglio per tutti che si rassegni a restare quello che è, cioè un rozzo animale che a fatica indica col dito le cose cercando di ricordarsi qualche fonema che le significhi, ma senza lamentarsi poi se la gente lo prenderà a calci come un cane randagio".**
Aprire è far cadere la maschera: quel rischio raccontato non ha senso farlo abitare ancora in questo campo, perché se ancora lo troviamo in parete, è spesso per incuria.
Lasciare che il tutto evolva è contaminazione, è l'intervento di richiodatura di Ceredo con fondi europei, è l'idea del fotografo che arma i trapani, è l'idea... anche dell'economia, ma poco importa, perchè è l'idea di Nicola, di Mauro, di Gianpaolo, idee che ancora una volta sono trasversali, tese a tagliare le chiusure che questo mondo verticale vive con orgoglio.
Certo non sarà mai un parco giochi, il pericolo rimane, ma la società ha l'obbligo di pensare e di fornire risposte alla realtà che si afferma.
L'apertura è far luce sui 25 anni di storia, ricordare perché ci muoviamo oggi in questo modo sul verticale.
Aprire è riproporre con garbo e cura la vecchia maglietta del Ceredo Climbing Team, per armare di nuovo i trapani che ne abbiano titolo, magari anche legale, per conservare Ceredo.
Perché le parole devono essere esatte ed è il caso di affermarlo: "chi chioda non è sempre da ringraziare".
I tempi sono cambiati, i tempi per raccontare questa nuova storia sono ormai maturi.
Solo una fascetta avvolge una maglia e racconta la memoria di ciò che abbiamo assorbito e dimenticato.****


è solo questione di parole?
forse... ma anche lo fosse è una questione che apre e non chiude.
Da un vecchio hard disk spunta questo documento riesumato e trasformato in "documentario", (oggi i video si fanno in altro modo e con altri mezzi).
Luca Gelmetti sale il 15 Maggio 2003 la via "Nagai" 8c al Covolo.
"Nagay" è una via chiodata da Marco Savio, ha un nome di fantasia che nelle intenzioni del chiodatore doveva tradurre in "lettere" un grido di battaglia simbolico.
La visita di forti climber giapponesi ha ricondotto il nome "Nagay" ad un significato sensato, mutando la "y" in "i".
Oggi è per tutti "Nagai", ma fuori dai social e dalle graduatorie web, per chi conosce la storia, resterà a lungo "Nagay".
E' questioni di nomi, "Nagai" o "Nagay" non è la stessa cosa: chi "chiude" le vie, annota "Nagai" sui social e la fa "consigliare" alle radio di settore... alimentando un'economia parassita.
Chi sale "Nagay" annota sul suo diario personale e sostituisce i fissi logori prima della performance, alimentando un'economia trasversale, utile a tutti perché tiene aperto un mondo.

Nagai from Mountain View on Vimeo.
Riprese di Emanuele Pellizzari.
 Musica: "Block Rockin' Beats" - The Chemical Brothers.


Per la cronaca già nel 2003 era buona prassi di Luca sostituire i fissi logori delle vie che avrebbe in seguito tentato di salire.


note:

- * Alcuni concetti sono grossolanamente riassunti da: https://sociologies.revues.org/3121#tocto1n2
altri provengono dal pensiero di Pierre Bourdieu.
- ** Cit: "Smith & Wesson" di Alessandro Baricco.
- *** Cit: "Vinicio Stefanello" via Skype.
- **** Le magliette si trovano presso il negozio "Turnover" interno al "King Rock".

venerdì 16 settembre 2016

Tocati 2016

foto Mauro Magagna

Strano destino, le stesse motivazioni che avevano spinto a disertare il "Tocatì 2015" ci hanno portato ad essere presenti quest'anno.
Si era parlato di salire Castelvecchio, avevano proposto altre location...
Ecco, nulla di tutto questo.
Si torna sul lungadige San Giorgio a salire quei boulder, quelle sequenze di appigli, che sono state dimenticate e seppellite da mille altri movimenti fatti in questi anni..
Il conosciuto che dimenticato può essere riscoperto come nuovo... vabbè...
Riciclo questo pdf del 2012, i boulder sono ancora quelli, loro non parlano e quindi non invecchiano.

https://dl.dropboxusercontent.com/u/12147516/tocati2012.pdf

Non c'è il contest, non ci sono i premi del 2012, tutto il resto è ancora valido e attuale.

Altre informazioni le trovate sul sito ufficiale del Tocatì

Abbiamo 6 crash, i boulder sono alti, qualche crash in più può essere utile: se ne avete, portateli!

mercoledì 15 giugno 2016

Sogno all'incontrario: Ceredo Falconi

chicco
Francesco Fonte Basso "la lacrima di Polifemo"
Ogni tanto scrivo, le virgole sempre a caso, gli apostrofi scelti con il dado.
Pubblicato su Planetmountain il 13/06/2016, ne lascio traccia anche sul mio "vecchio" blog...


“Ho fatto un sogno, un sogno all’incontrario…
Ho fatto un sogno, un sogno poco serio.
Ho sognato che tutto quello che andava male andava bene,
e tutto quello che andava bene andava male...
andava quasi tutto bene!” (cit. Paolo Rossi)


Ho sognato Ceredo, ma la parete era più bassa, meno strapiombante della solita Ceredo. 
Era una falesia disposta ad “L”, con un lato ad est ed uno a sud, buona per ogni stagione, calda d’inverno e ventosa d’estate.
 In trecento metri di sentiero sotto la parete, si alternavano varie tipologie di roccia: dalle canne alle placche grigie, dalle colate grigiastre a buchi ai muri gialli ricoperti di tacche. 
Ho sognato una cosa strana, un specie di disco rotto nel quale alcuni scalatori storici, Francesco Fonte Basso e Michele Campedelli, ad ogni passaggio dalla provinciale che solca l’altro lato della valle, con lo sguardo rivolto a quel pezzo di roccia, ripetevano il solito cliché: “dobbiamo passare sotto quella parete !”…“dobbiamo passare sotto quella parete!” ...“dobbiamo…”.
 Erano almeno dieci anni che quel “dobbiamo passare” si ostinava a non divenire “siamo passati”.
Nel mio sogno tutto storto, in un giorno di pioggia, un giovane, Andrea Simonini - ammesso che un 30enne possa ancora essere etichettato con la parola “giovane” senza far torto ai giovani - faceva la cosa giusta, arrivando dal sentiero sbagliato sotto la parete dei "dobbiamo...".
 Le foto di quella falesia iniziarono a circolare sui social, quei social tanto odiati e osteggiati dai climber/chiodatori della vecchia guardia, ammesso che esista qualcosa a cui fare la guardia!
Ad un certo punto, irrompe nel sogno un fotografo di professione, Mauro Magagna: “voglio fare qualcosa per l’arrampicata! Voglio regalare qualcosa a questo sport che mi ha dato tanto”.
Ho sognato un calendario fuori dai canoni, in formato landscape, dove il protagonista non è l’arrampicatore, bensì l’arrampicata e l’ambiente, dove ognuno si può facilmente immedesimare.
Un calendario dove, nella maggior parte dei casi, la foto avrebbe senso anche senza l’arrampicatore, dove lo scalatore potrebbe essere un “Bruno Fornari” qualsiasi…
Nel mio delirio onirico, Mauro/messia, prometteva tutto il ricavato dal calendario in favore di un progetto che rispettasse poche e precise “leggi”.
Le linee guida tracciate da Mauro erano: che la falesia fosse pubblica, visibile su internet, chiodata con “lo stato dell’arte”, ovvero inox su tasselli, placchette e soste, e che fosse per quanto possibile, vista la qualità della roccia, un terreno “sportivo”.
L’ultimo comandamento del messia/fotografo imponeva che si chiodassero vie “per tutti i gradi”.
La cosa era così strana che sponsor come Marmot e Wild Climb avevano preferito sponsorizzare il calendario fotografico piuttosto che investire direttamente in una falesia. 
Da questa folle idea, erano spuntate piastrine e tasselli che simbolicamente portavano dentro il nome di ogni acquirente del calendario.
Nel mio sogno poco serio spariva una volta per tutte la boriosa retorica per cui il chiodatore, padre padrone e guru di ogni falesia, “è sempre da ringraziare”… sempre, a priori.
Questa volta era il chiodatore che ringraziava tutti quelli che avevano partecipato al progetto fotografico per la possibilità di poter chiodare con materiale inox marchiato "CE". 
Andrea Simonini, Francesco Fonte Basso, Gianluca Bellamoli, Giacomo Duzzi, Bruno Fornari e Andrea Tosi, erano la lunga mano di tutti gli acquirenti del calendario: i veri proprietari dei tasselli messi in mano ai chiodatori. 
Si usciva in questo modo dalla privata idiozia e si entrava finalmente nel mondo pubblico.
I chiodatori erano tanti, non si rubavano le vie e chiodavano senza tradire il consenso che in qualche modo li aveva eletti.
Le idee divergenti erano riassunte e trovavano un accordo sotto la parola responsabilità, che magari ognuno interpretava a modo proprio, ma questo bastava a far rispettare le regole imposte dal progetto.
Era un sogno a testa in giù...
Era un sogno limpido, dove l’attenzione si spostava dal grado e dalla performance, allo stato di salute e di sicurezza di questo o quel tassello… che potrebbe essere il tassello che corrisponde al calendario che abbiamo appeso a casa, o in cantina o semplicemente dimenticato nello scatolone della carta da buttare. 
Era perfetto, preciso: era estendere il più possibile la proprietà di una falesia verso i fruitori, era responsabilizzare gli arrampicatori.
Era il 2014 e in poco più di 6 mesi spuntarono una sessantina di itinerari. 
Alla fine mi sono svegliato, oppure mi sono addormentato.
Fatto è che Ceredo Falconi esiste, é reale, più o meno così come ho sognato.
Questo “esperimento sociale”, l’idea che sta alla base di questa falesia, ha aperto nel territorio veronese le porte ad altri sogni, tutti legati in modo indissolubile al passaggio che questa attività sta vivendo nel suo perdere lo status di “terreno d’avventura”. 
E’ ancora presto per parlarne, qui a Verona si sta ancora sognando.
Si immagina, tutti riuniti intorno ad un tavolo, un futuro possibile.
“Dicono che c'è un tempo per seminare
 e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
 che bisognava sognare”.
Pillola rossa o pillola blu?
Matrix o Cartesio?
Il finale della canzone di Fossati mi desta oppure mi addormenta…
Sogno o realtà che fosse ho infilato le scarpette.
Scalavo.

martedì 18 febbraio 2014

Avesa, ultima chiamata... Sabato 22 Febbraio, ore 13.00

Foto | Mauro Magagna
Era Novembre... e non si pensava di finire a Febbraio.
Avevo scritto questo, copia e incolla, solo la data è stata aggiornata:

Polifemo sta alla meteorologia come lo strabismo sta alle previsioni meteo...
Forte di questa frase riciclata e corretta per i miei bassi scopi,
ricordo che:
Sabato 22 Febbraio 2014
ore13.00

proviamo a radunare un po di climber ai "busi bassi" di Avesa.
Sfidiamo il meteo, certo...
ma la strada per la saggezza passa dalla follia e dall' eccesso, mentre la prudenza è una zitellona ricca e brutta corteggiata dall' incapacità...
Per l' occasione ho fatto un pdf per mettere su carta quello che fino ad oggi è stata solo tradizione "orale".
Ho elencato a grosse linee le salite classiche della parete, non tutte, ma forse le più evidenti... ho violato anche il copyright della vecchia guida, per far passare un po di storia ai giovani tritraprese che oggi frequentano il king....
Dovessi finire in galera ricordate che mi piacciono le arance...
Trovate il Pdf a questo link
esiste pure un ibook.... 
ma per favore non chiamatela "guida"...
La guida è un testo "tecnico", preciso... non un pdf fatto in fretta come il mio.
Avesa, un luogo estremo, non nel senso usato oggi per farsi pubblicità sui giornali locali, ma nel senso che in pochi metri quadrati si scontrano etiche e modi di intendere l' arrampicata...
Si passa infatti dalla zona boulder integra e intoccata da tasselli o spit, ai fronti di cava che hanno visto crescersi addosso sassi e scavi in tempi in cui finalmente la colla e lo scalpello erano tornate nella sacca dello scultore, o del marmista....
é anche il luogo "fuori porta" abbandonato dai più, ma che torna in auge e si affolla solo in occasioni di corsi... quindi anche la frequentazione passa da un estremo all altro.
tant'è...
Il problema rimane sempre il solito... l'esempio che si da... la possibilità che nessuno fraintenda...ognuno prende ciò che vuole, in questo luogo convivono sassi incollati e roccia non "spittata", la frequentano professionisti che per i loro corsi piantano tasselli fregandosene della "storia" e neofiti che potrebbero fraintendere i sassi incollati... come del resto non li capisco io, con la sola differenza che un esempio del genere io lo confino in un determinato contesto, mentre qualche neofita potrebbe prenderlo come esempio per aggiungere un qualcosa a qualche itinerario in cui la natura è stata povera di prese...
L'allenamento, il saper far fatica salverà il mondo, non la colla....
ma oggi niente polemiche anzi...
questa è la possibile sfida finale...."strassabuele"... sappiatelo...